Marinella Camerani, quarant’anni senza chiedere permesso

La degustazione di Mithas e degli Amarone prodotti tra il 1988 e il 2017 ha raccontato molto più di una cantina: la coerenza, le contraddizioni e la libertà di una produttrice che continua a essere una voce scomoda della Valpolicella.

Marinella Camerani e Fabio Piccoli

Quarant’anni di lavoro non si celebrano soltanto contando le vendemmie. Si possono mettere in fila le bottiglie, certo, stappare le annate importanti, invitare amici e giornalisti. Ma poi resta da capire che cosa è successo davvero in quei quarant’anni. Che cosa è cambiato nel vino, nella persona e nel territorio. E soprattutto che cosa è rimasto uguale.

La giornata organizzata il 19 giugno a Corte Sant’Alda, a Mezzane di Sotto (Valpolicella Orientale), aveva un titolo un po’ solenne, “I Have a Dream”, ma non era una di quelle celebrazioni aziendali tutte sorrisi, slide e autocelebrazione. C’erano il vino, naturalmente, ma anche il lavoro dei ragazzi e delle ragazze del Mangiabottoni, progetto dell’Officina AIAS di Verona, e un confronto sulle disabilità invisibili. C’era la presentazione di Radici Scoperte, il libro di Fabio Piccoli dedicato alla storia imperfetta, impetuosa e vera di Marinella Camerani. E c’era una frase, più concreta di tanti manifesti: ogni impresa che arriva a quarant’anni nasce da un sogno, però ogni sogno incontra ostacoli che spesso non si vedono.

Poi la degustazione. Prima i vini di oggi, cioè il modo in cui le tre anime dell’azienda, Corte Sant’Alda, Adalia e Podere Castagné, traducono la Val di Mezzane. Poi il passaggio che ha cambiato il passo della giornata: Mithas Valpolicella Superiore e a seguire una verticale di Amarone della Valpolicella con le annate 1988, 1989, 1993, 1995, 2001, 2003, 2012, 2015 e 2017. Quasi trent’anni nel bicchiere, senza bisogno di effetti speciali.

Mithas merita una parentesi. Anzi, più di una. Nel 2019 avevo definito “adorabile” il Valpolicella Superiore 2015, caldo come l’annata ma coerente con l’idea di un grande Superiore, e avevo trovato il Mithas Amarone 2012 molto secco, fresco, sapido, elegante. Rileggendo oggi quelle note mi pare che il punto fosse già lì. Marinella non ha mai cercato di costruire vini compiacenti. Ha cercato concentrazione senza pesantezza, maturità senza marmellata, profondità senza quella dolcezza muscolare che per anni ha fatto comodo a una certa idea commerciale dell’Amarone.

Il senso della verticale non era stabilire quale fosse l’annata migliore. Sarebbe stato un esercizio piuttosto povero. La cosa interessante era seguire il rapporto tra il vino, il tempo e le scelte di chi lo ha prodotto. Le annate parlano, a volte alzano la voce, altre si chiudono, diventano più austere. La firma, però, resta riconoscibile: acidità che tiene il vino in piedi, tannino mai decorativo, frutto che con il tempo lascia spazio a erbe, spezie, terra, note più scure. E soprattutto una certa riluttanza all’opulenza.

Perfino nelle vendemmie più generose questi vini non sembrano voler piacere a tutti. Sono lì, con il loro carattere. Prendere o lasciare. D’altra parte, la stessa presentazione aziendale descrive Mithas come un Amarone che evita concentrazioni e dolcezze eccessive, cercando precisione, tensione, eleganza e persistenza. Definizioni da cartella stampa, certamente, ma stavolta abbastanza aderenti a ciò che arriva nel bicchiere.

Accostare l’Amarone 1988 al 2017 significava anche osservare come sia cambiata la Valpolicella. Non solo il clima o la tecnica, ma il mercato, il gusto internazionale, il significato stesso attribuito alla parola Amarone. L’1988 appartiene a un mondo precedente alla DOCG (ancora si chiama “Recioto Amarone” in etichetta), alle classifiche globali, all’ossessione per il posizionamento premium. Il 2017 arriva dopo decenni nei quali l’Amarone è diventato una macchina economica, promozionale e narrativa. Nel mezzo ci sono le scelte di Marinella, non sempre lineari e non sempre comode, ma riconoscibili.

Corte Sant’Alda nasce nel 1986, ma la storia comincia prima, nel 1976, quando i genitori di Marinella acquistano una vecchia casa colonica e quattro ettari di vigneto nella valle. Lei si trasferisce a Mezzane nel 1983 e decide che quella sarà la sua vita. Non un hobby agricolo, non il buen retiro di una ragazza di città. Un lavoro, nel senso faticoso e perfino ruvido del termine.

Nel 2002 l’incontro con Nicolas Joly la porta verso la biodinamica, scelta che allora in Valpolicella non garantiva applausi, semmai qualche sorrisetto. Oggi l’azienda coltiva circa venti ettari a vigneto, con conduzione biologica e biodinamica certificata, fermentazioni spontanee, appassimento naturale, botti grandi, cemento, anfore e la solita regola: intervenire meno, osservare di più.

Nel post che le dedicai sette anni fa parlai di “avanguardia discreta”. Discreta fino a un certo punto. Marinella è discreta quando lavora, molto meno quando ritiene che qualcosa non funzioni. Già allora scrivevo della solitudine dei produttori più interessanti della Valpolicella, capaci di fare grandi vini ma assai meno capaci di costruire una rete, una visione comune, perfino una conversazione continuativa. Il problema, a ben vedere, non è molto cambiato.

Da anni Camerani insiste sul riconoscimento delle sottozone, perché Mezzane non è Negrar, Fumane non è Illasi e la parola Valpolicella, usata come un contenitore enorme, rischia di nascondere ciò che dovrebbe spiegare. Dopo anni di battaglie si è detta stanca di fare il Don Chisciotte, soprattutto dopo aver ricevuto dal Consorzio l’indicazione che le sottozone non sarebbero una priorità. Ha spostato energie altrove, ma non ha cambiato idea. “Non voglio essere chi non sono, però voglio essere chi sono”, aveva detto. Difficile riassumere meglio la questione.

E non ha cambiato tono neppure dopo il recente rinnovo del Consiglio di amministrazione del Consorzio Valpolicella e la ri-conferma di Christian Marchesini alla presidenza fino al 2028, terzo mandato consecutivo dal 2020. Camerani ha criticato duramente una governance che giudica “troppo esposta alla contaminazione politica e al peso delle cantine sociali”. Il nuovo CdA è tutto maschile e comprende diversi rappresentanti di cooperative e grandi gruppi. Il punto, però, non è demonizzare le cooperative. Sarebbe sciocco. Il punto è chiedersi se la rappresentanza economica più forte finisca per diventare anche la sola voce capace di stabilire priorità, linguaggi e futuro della denominazione. Chi decide che le sottozone possono aspettare? Chi stabilisce quale modello produttivo debba essere promosso? E quanto spazio rimane per le aziende che lavorano sulla differenza, sui vigneti, sulle singole vallate, mentre il sistema tende inevitabilmente a ragionare per volumi e denominatore comune?

È una posizione dura. Anche scomoda. Ma sarebbe strano aspettarsi da Marinella Camerani un discorso accomodante proprio adesso, dopo quarant’anni passati a difendere la vitalità del suolo, la differenza tra le vallate, la libertà del vignaiolo e un’idea di vino non addomesticata.

Alla fine, la celebrazione di Corte Sant’Alda non ha raccontato una carriera conclusa.

Ha raccontato una donna che, nella lettera aggiornata al 2026, scrive di essere “ripartita da zero”, alla ricerca della giusta dimensione, dei collaboratori giusti e di un modo di fare vino coerente anche con l’età. Non è una resa. È un’altra potatura. Si toglie qualcosa per continuare a far circolare la linfa.

Con i migliori auguri!

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