Stanza Terrena, l’alchimia vera non è il mistero, è la trasformazione

Appunti su un incontro speciale all’ombra del grande vulcano. Dai vecchi vigneti ad alberello di Villa Santo Spirito, allevati per fare volume, al progetto di Giuseppe e Pier Paolo Grasso: un vino etneo che tiene insieme memoria, sottrazione, vulcano e ricerca interiore.


Stanza Terrena, Villa Santo Spirito, Passopisciaro, Etna

Alberello “fiammeggiante” ultra-secolare, vitigno Minnella

C’è un modo facile, e francamente un po’ pigro, di leggere Stanza Terrena. Quello che si ferma all’estetica dell’alchimia, ai rimandi esoterici, ai nomi, ai simboli, a una certa idea di profondità che nel vino oggi funziona sempre bene, soprattutto quando c’è di mezzo l’Etna.

Poi c’è un modo più serio, più utile, e secondo me anche più giusto. Leggere Stanza Terrena non come un’operazione di immagine, ma come una forma di ricomposizione. Di una storia agricola, prima di tutto, sviluppatasi tra Passopisciaro (versante Nord) e Sant’Alfio (versante Est). Di una genealogia familiare. E di un rapporto con la materia che, guarda caso, ha davvero qualcosa di alchemico.

Il punto di partenza non è il mito. È la terra. Anzi, è una terra molto concreta, molto poco romantica, fatta di vigneti ad alberello etneo conservati a Villa Santo Spirito - un’antica masseria ottocentesca a Passopisciaro - con ostinazione e con affetto, ma per lungo tempo inseriti in una logica che col paesaggio aveva un rapporto quasi solo funzionale. Uve da volume. Uve da taglio. Materia prima buona per rinforzare, assemblare, correggere vini altrove, in Piemonte, in Francia, dentro un’economia da commodity che all’Etna ha dato reddito, certo, ma spesso gli ha tolto voce. Non c’è niente di scandaloso nel dirlo. È stata una parte reale della storia del vino etneo. E in fondo è da lì che bisogna partire, non da una cartolina.

Qui, secondo me, Stanza Terrena diventa interessante sul serio. Perché la sua idea di trasformazione non nasce da un vuoto estetico, nasce da una materia che aveva già vissuto una lunga stagione di anonimato. Giuseppe e Pier Paolo Grasso, ultimi giovani eredi della famiglia, non prendono in mano un giardino incontaminato da raccontare con un po’ di poesia ben confezionata. Prendono in mano una storia che ha conosciuto il volume, la funzione, il commercio, perfino una certa marginalità simbolica, e decidono di rileggerla. Non cancellandola, ma attraversandola. Questo è il primo elemento alchemico del progetto, e forse il più credibile: non inventare una purezza originaria, ma lavorare su ciò che c’è, sulla materia grezza, sul deposito, sulle scorie, sulla memoria.

Giuseppe Grasso, Stanza Terrena
(foto di Franca Bertani)

In questo senso il nome stesso, Stanza Terrena, è già una dichiarazione di poetica. La stanza, prima ancora di essere un luogo fisico, è uno spazio interiore. Uno spazio chiuso, raccolto, quasi oscuro. Chi ha familiarità con certa simbologia iniziatica penserà al “Gabinetto di Riflessione”, cioè a quel luogo di isolamento e di confronto con sé da cui comincia il lavoro di trasformazione. Anche senza spingersi troppo in là con i parallelismi, il punto resta chiarissimo: la stanza terrena è il luogo dell’inizio, non del compimento. È il momento in cui si scende, non quello in cui si sale. È la terra, il peso, la materia ancora confusa. Ed è proprio da lì che, nell’immaginario alchemico, prende avvio l’opera.

Non a caso la fase iniziale dell’alchimia, la Nigredo, parla di oscurità, discesa, decomposizione simbolica, crisi, caos primordiale.

Ora, se togliamo tutta la vernice da manuale esoterico e riportiamo il concetto al vino, la cosa funziona benissimo. La Nigredo, qui, è il passato di un territorio capace di grandezza ma rimasto per anni in una condizione produttiva che lo rendeva utile, sì, ma non pienamente riconosciuto. È il nero della terra vulcanica, ovviamente. Ma è anche il nero dell’indistinzione, del vino che c’è ma non parla ancora con voce propria. Per questo Stanza Terrena non usa l’alchimia come decorazione. La usa come grammatica della rinascita.

Ed è qui che Villa Santo Spirito diventa centrale. Perché la tradizione, in questo progetto, non è una parola da brochure. È una pratica agricola concreta, faticosa, spesso persino scomoda. Conservare e ripensare gli alberelli etnei vuol dire tenere in vita una forma di viticoltura che ha dentro il paesaggio, il lavoro, la misura del tempo, la relazione fisica col vulcano. Vuol dire stare dentro una tradizione che non si lascia automatizzare troppo facilmente. Vuol dire anche accettare che il valore non stia nella resa, ma nell’intensità del legame tra pianta, suolo, esposizione, gesto umano. Qui la visione di Giuseppe e Pier Paolo Grasso fa il salto decisivo: non celebra la tradizione come reliquia, la usa come base viva per una trasformazione nuova.

Questa trasformazione, poi, non si esprime con l’ossessione della potenza o con la caricatura del vino “identitario” a tutti i costi. Al contrario, sembra muoversi verso una sottrazione. Verso una ricerca di purezza che non ha niente di igienico o levigato, ma molto a che fare con l’ascolto. L’energia del vulcano, in Stanza Terrena, non viene messa in scena come folklore geologico. Non è il solito Etna da cartolina drammatica. È piuttosto una forza con cui entrare in rapporto, quasi una presenza da frequentare con rispetto. E questo rapporto profondo col vulcano, se vogliamo dirla fino in fondo, è il vero crocevia tra natura, interiorità e stile produttivo.

Perché quando un progetto parla di trasformazione il più possibile minimalista e pura, il rischio di cadere nella formula vuota è sempre dietro l’angolo. Però qui la faccenda sembra più seria. Minimalismo, in questo caso, non vuol dire moda, né feticismo del “non intervento” come posa ideologica. Vuol dire lasciare spazio alla materia, ridurre il rumore, togliere il superfluo. Un po’ come nell’opera alchemica, dove il lavoro non è semplicemente aggiungere, ma separare, purificare, portare all’essenziale. Fare emergere. Ecco, forse il punto è tutto lì: non costruire un vino sopra la terra, ma aiutare la terra a venire fuori, con meno filtri possibile.

Alberelli a Villa Santo Spirito (foto di Franca Bertani)

A me pare che Stanza Terrena tenga insieme almeno tre fedeltà, e non è poco. Fedeltà alla memoria agricola di Villa Santo Spirito, che non viene rimossa anche quando racconta un passato di volume e di vini destinati ad altri. Fedeltà al paesaggio vulcanico, che non viene trasformato in scenografia. E fedeltà a un’idea interiore del vino, come testimonianza prima ancora che come performance. Testimonianza di un luogo, certo, ma anche di un percorso umano. Perché qui si sente, abbastanza chiaramente, che il vino non è soltanto il risultato di una tecnica. È il punto di arrivo, sempre provvisorio, di una disciplina dello sguardo. Di una scelta.

A tratti anche di una presa di posizione esistenziale.

Ed è per questo che la relazione tra Stanza Terrena e l’alchimia, alla fine, funziona. Non perché ci siano simboli misteriosi da decifrare, e nemmeno perché il brand voglia vestirsi di spiritualità per sembrare più colto. Funziona perché l’alchimia, spogliata dal folklore, parla di una cosa semplicissima e radicale: trasformare senza tradire la materia. Attraversare il buio, il peso, la terra, e non scappare. Restare dentro il lavoro. Lasciare che da lì emerga una forma più nitida, più consapevole, più vera.

E allora sì, Stanza Terrena è davvero una stanza dell’opera. Un luogo fisico, certo. Una cantina, un progetto, un marchio. Ma anche una soglia. Una camera di trasformazione dove la vecchia vocazione produttiva di Villa Santo Spirito non viene negata, viene riscattata. Dove l’alberello etneo non è un reperto, ma una lingua ancora viva.

E dove il vulcano, invece di essere usato come slogan, torna a essere ciò che dovrebbe sempre essere nel vino: una presenza che obbliga a misurarsi con qualcosa di più grande di noi.

Decisamente molto più grande.


Foto di Franca Bertani


I vini di Stanza Terrena, in breve e qui

Dentro Stanza Terrena, i vini non sono messi lì come semplici etichette da collezione. Sembrano piuttosto tappe di un racconto, o se preferisci stazioni di una trasformazione. Il filo conduttore è il Nerello Mascalese, affiancato da uve bianche storicamente destinate al blend e qui rimesse al centro con una logica tutta loro. Il risultato è una piccola gamma che tiene insieme memoria, visione e una lettura molto personale dell’Etna.

Le Vie Fuille (la vita scorre) è il punto di partenza, il vino che guarda più apertamente al passato contadino e commerciale dell’Etna, quando si produceva soprattutto vino sfuso, senza identità forte, destinato ad altri mercati. È un Nerello Mascalese da parcelle di età ed esposizioni diverse, con corta macerazione e affinamento in botte grande. Nel bicchiere, almeno nelle intenzioni dichiarate dalla cantina poi verificate durante la degustazione in cantina, mette insieme frutti scuri, spezie dolci e cenni balsamici, con una personalità volutamente “all’antica”.

Villa Santo Spirito rappresenta invece la svolta, non solo nel racconto alchemico del progetto ma anche nella storia familiare. È il vino che porta il nome del luogo simbolico della tenuta e incarna la fase di chiarificazione, di ricerca di una forma più definita e consapevole. Anche qui siamo nel territorio del Nerello Mascalese, ma con un registro più moderno, elegante e rifinito rispetto a Le Vie Fuille, con note dichiarate di frutti rossi, erbe mediterranee e spezie vulcaniche.

Nasca è il vino del presente, o almeno del presente secondo Giuseppe e Pier Paolo Grasso. Nasce dalla vigna più vecchia della proprietà ed è prodotto come Etna Rosso DOC con fermentazione spontanea e macerazione semi-carbonica, una scelta che la cantina presenta come atipica rispetto al terroir e coerente con l’idea di trasformazione finale. Qui si parla di ciliegia matura, tabacco dolce, pepe nero e sfumature di sensazioni minerali. Sulla carta è forse il vino che più chiaramente prova a far convivere radice antica e gesto contemporaneo. Eccellente.

Camelie è il rosato della casa - un rosato autentico nel colore - nato da Nerello Mascalese con breve macerazione e maturazione in acciaio e tonneaux. Il nome viene dalle camelie secolari di Villa Santo Spirito, che fioriscono d’inverno e che qui diventano un piccolo simbolo di rinascita, speranza, continuità. La cantina lo descrive come elegante e strutturato, con un registro giocato su fiori di campo, agrumi, frutti di bosco e sapidità vulcanica. Un rosato che si propone come un vino completo e vero, per un’esperienza lontana da piscine e attese di pasto nevrotiche…

Citrinitas è uno dei passaggi più interessanti dell’intero progetto, perché prende uve bianche tradizionalmente usate in assemblaggio con il Nerello Mascalese e le vinifica in purezza. Già questo dice molto. È un bianco da fermentazione spontanea e maturazione in acciaio, pensato come manifestazione della “luce dorata” che emerge dal caos, quindi perfettamente allineato alla grammatica alchemica di Stanza Terrena. Il profilo aromatico è su mela verde, agrumi, pietra focaia ed erbe aromatiche.

Psicodramma, infine, è forse il vino che più apertamente si concede una dimensione emotiva e sperimentale già dal nome. Nella sostanza è una affascinante interpretazione di Minnella in purezza, parla di un viaggio esplorativo capace di mettere in scena luci e ombre di un vitigno unico, bistrattato dai contemporanei ma da sempre presente sui versanti dell’Etna, probabilmente da ben prima dell’arrivo dei Nerelli dalla Calabria. Le note vanno verso albicocca secca, miele, erbe officinali e tannini leggeri, quindi su un terreno che definisce un bianco di carattere, non accomodante, uno di quelli che non cercano il consenso facile.

Nel loro insieme, i vini di Stanza Terrena non cercano l’effetto collezione, ma la coerenza di una piccola visione. Cambiano i registri, cambiano le intensità, cambia perfino il lessico del vino, ma resta costante l’idea di fondo: fare dell’Etna non una scenografia, ma una materia viva da ascoltare e trasformare il meno possibile.

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