Hofstätter, quando l’origine non è storytelling ma metodo

Da Termeno a Mazon, la famiglia Foradori Hofstätter ha fatto del cru non un vezzo da etichetta, ma un sistema di lavoro, di racconto e di posizionamento commerciale.

Hofstätter Vigna Roccolo, Mazon

Se c’è una cosa che alla Tenuta J. Hofstätter non manca, è la coerenza.

E non parlo della coerenza da presentazione PowerPoint, quella che suona bene e poi si sbriciola appena guardi dentro i dettagli. Parlo di una coerenza vera, concreta, che tiene insieme storia di famiglia, vigne, bottiglie, linguaggio e mercato. A Hofstätter l’origine non è un fondale decorativo, non è il solito “territorio, tradizione, passione” buttato lì per riempire una brochure. È il centro del discorso, da decenni.

Infatti il termine “Vigna”, in casa loro, non è un’invenzione recente per cavalcare la moda dei cru. È una scelta antica, fondativa, quasi identitaria. Sul sito ufficiale lo dicono senza perifrasi: sono stati i primi a introdurre in Alto Adige la dicitura “Vigna”, nel 1987, e da allora la usano come chiave per rendere leggibile il rapporto tra vino e singola parcella.

Questa impostazione, quindi, non nasce ieri e non nasce per caso. La storia aziendale parte nel 1907 con Josef e Maria Hofstätter, passa attraverso gli Oberhofer, prende una forma decisiva con Paolo Foradori e Sieglinde, e dal 1992 viene guidata da Martin Foradori Hofstätter, oggi affiancato dalla quinta generazione, Niklas ed Emma. Quello che colpisce è che ogni passaggio generazionale viene raccontato non solo come continuità familiare, ma come aggiunta di visione: imbottigliare invece di vendere in botte, indicare l’origine specifica del vino, dare nome e dignità ai singoli vigneti, costruire un lessico preciso attorno alla provenienza. In pratica, Hofstätter non ha semplicemente ereditato delle vigne, ha ereditato e poi raffinato un’idea.

Il punto rilevante, oggi, è che questa idea di origine non si ferma alla sensibilità del vignaiolo o alla tradizione orale. Viene dichiaratamente sostenuta da un impianto scientifico. La pagina “Vigna” del sito ufficiale parla di terroir come “realtà misurabile”, non come mito romantico. E la rendicontazione del progetto geologico pubblicata dalla tenuta dice una cosa ancora più interessante: Hofstätter ha analizzato i propri vigneti parcella per parcella, lavorando su suolo, microclima, esposizione, pendenza, altitudine, circolazione dell’aria e radiazione solare, usando strumenti come VGI, Vineyard Geological Identity (definisce che terreno e sottosuolo ho davvero sotto la vite), e SRI, Solar Radiation Identity (misura quale impronta di luce e topoclima riceve davvero quella vigna) - il contributo scientifico è stato fornito dal geologo Carlo G. Ferretti, direttamente e tramite GIR, Geo Identity Research, con Fondazione Edmund Mach e il Consorzio Futuro in Ricerca, Università di Ferrara.

Non si tratta di un dettaglio tecnico per geologi annoiati. È il passaggio in cui l’intuizione si trasforma in argomento verificabile, e poi in vantaggio competitivo. La stessa rendicontazione lo scrive nero su bianco, parlando di branding, modelli di business, comunicazione dell’unicità e posizionamento dei vini sul mercato globale. Ecco, qui secondo me sta uno dei nodi più intelligenti di Hofstätter: hanno preso il terroir e lo hanno spostato dalla poesia alla strategia.

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Hofstätter, Barthenau, Mazon

Questo si capisce benissimo a Mazon. Per Hofstätter Mazon non è un generico “bel posto da Pinot Nero”, è una matrice precisa. Il materiale ufficiale insiste su un elemento geologico raro, gli strati di Werfen, rocce sedimentarie antichissime, oltre 250 milioni di anni, che costituiscono la base di una parte cruciale dei loro vigneti Barthenau. Nei documenti dei vini, San Urbano, Roccolo e anche la Riserva Mazon rimandano tutti a questa base rocciosa, ricca di minerali e con una superficie argillosa poco profonda. E la tenuta collega direttamente quel sottosuolo alla profondità, all’eleganza, alla concentrazione e alla complessità del Pinot Nero. Non basta. Nel progetto geologico spiegano che sotto le vigne di Mazon sono stati rilevati strati altamente pregiati e che proprio per questo le vendemmie vengono rigorosamente separate per microzone, perché la stilistica cambia in modo sensibile a seconda della composizione del suolo. Tradotto, il cru qui non è un’etichetta premium. È una conseguenza del terreno.

E infatti la degustazione svolta in cantina racconta proprio questo. La Riserva Mazon Pinot Nero 2022 mi è sembrata “tipicissima, molto fine ed espressiva”, quasi una specie di village, e in fondo è così che la tenuta la presenta, con un riferimento esplicito all’idea di “appellation village”. Poi però, appena si sale di precisione, cambiano le facce del Pinot Nero. Il Vigna Herbsthöfl Barthenau Pinot Nero 2022, il nuovo arrivato, la particella più alta e fresca di Barthenau, con suoli calcarei e sabbiosi da deposito glaciale, mi è apparso austero, molto giovane, quasi programmaticamente proiettato in avanti. La tenuta stessa dice che nasce da una selezione speciale di Roccolo e che è stato vinificato separatamente solo dal 2022. Il Vigna San Urbano Barthenau Pinot Nero 2021, invece, è il vertice classico, riconoscibile, il primo “Vigna” dell’Alto Adige, quello che mette insieme profondità ed eleganza e che infatti nel bicchiere mi ha dato proprio l’idea dell’archetipo. Il Vigna Roccolo Barthenau Pinot Nero 2019, infine, parte da un altro presupposto ancora, la vecchia pergola del 1942, la selezione più esclusiva, la concentrazione, la mineralità. Non quattro Pinot Nero con il vestito diverso, ma quattro modi distinti di stare dentro la stessa origine.

Hofstätter - Termeno, Castel Rechtenthal.jpeg

Hofstätter, Termeno, Vigna Castel Rechtenthal

Sull’altro versante, quello di Termeno e di Söll, il discorso non cambia, cambia il vitigno. Il Gewürztraminer per Hofstätter non è solo il vitigno simbolo del paese, è il banco di prova perfetto per mostrare che anche un’uva molto riconoscibile aromaticamente può essere rimessa in asse dal luogo. Söll viene descrritto come un crocevia geologico in cui si incontrano dolomia calcarea, porfido vulcanico e arenaria, con suoli ricchi di fini minerali argillosi e brezze fresche che scendono dal Roen la sera. Nelle schede singole la cosa si fa ancora più concreta. Kolbenhof nasce su un pendio esposto a est tra 360 e 420 metri, con dolomia, porfido e arenarie di Val Gardena, e terreni ricchi di argilla che danno eleganza e carattere deciso. Pirchschrait è il cuore più fresco del Kolbenhof, rivolto dolcemente verso nord, meno luce, più acidità, dieci anni di affinamento sulle fecce fini. Castel Rechtenthal, invece, è la collina giovane, ghiaiosa, sopra il castello, con ghiaia dolomitica, venti freschi e un’idea dichiarata di Gewürztraminer più leggero e più teso. E guarda caso è esattamente ciò che si è visto nel bicchiere: Vigna Castel Rechtenthal Gewürztraminer 2023 ancora giovane, trattenuto, “magro” nel senso buono del termine; Vigna Kolbenhof Gewürztraminer 2023 più classico ed equilibrato; Vigna Pirchschrait Gewürztraminer 2016 ancora fresco, bevibile, gastronomico, quasi a dimostrare che il Gewürztraminer, se il cru è quello giusto, può invecchiare con molta più naturalezza di quanto tanti credano.

Anche i vini apparentemente laterali, dentro questa batteria, in realtà confermano il metodo. Il Vigna San Michele Barthenau Pinot Bianco 2023 arriva dal margine meridionale di Mazon, accanto al bosco, su suolo argilloso con depositi di ghiaia e forte componente scheletrica. Nel mio assaggio è uscito sapido, ampio, fresco, lungo, con un’eleganza già ben leggibile. Il Vigna Oberkerschbaum Sauvignon 2023, invece, lavora sulla quota, 790-830 metri, su porfido, sabbia, ghiaia e argilla, nella zona di Pochi, al confine con il Trentino. Qui la tenuta lega esplicitamente quel mix di suolo ed esposizione a mineralità e freschezza, e nella rendicontazione del progetto geologico aggiunge perfino un riferimento a suoli vulcanici arricchiti da minerali come zirconio e manganese, da cui nascerebbe un Sauvignon distintivo. Detto in modo più semplice, ogni vino della serie sembra dire la stessa cosa: la domanda non è “che vitigno facciamo?”, ma “dove ha senso farlo, e perché proprio lì?”.

Poi ci sono le annate, che in questo caso non sono un contorno, perché spiegano parecchio del profilo dei vini degustati. Il 2023, nei materiali fornitici, viene descritto come un anno caldissimo, con estate piovosa e autunno dorato, maturazione partita in ritardo e poi accelerata all’improvviso, con vendemmia rapidissima. Non stupisce allora che i bianchi e gli aromatici in anteprima mostrino freschezza, slancio, talvolta una certa trattenutezza. Il 2022, altro record estivo, caldo e secco, con vendemmia perfetta, si riflette bene nei Pinot Nero che oggi appaiono fini ma ancora in fase di assestamento, soprattutto l’Herbsthöfl. Il 2021, più fresco, senza eccessi di calore e con un autunno di sole, sembra la cornice ideale per un San Urbano classico e lungo. Il 2019, molto più irregolare, tra piogge, temporali, grandine e vendemmia tardiva, ha comunque portato uve di alta qualità, e Roccolo 2019 pare confermarlo. Il 2016, con estate altalenante ma autunno splendido e buoni livelli di acidità, torna perfettamente nel Pirchschrait che hai trovato ancora fresco e centrato. Qui, insomma, il clima non cancella il cru, lo mette alla prova. E i cru, se sono veri, reggono.

Alla fine, il punto che mi porto via da Hofstätter è questo. Molti produttori parlano di origine. Loro, nel bene e nel male, l’hanno resa una struttura operativa. L’origine guida la scelta del vitigno, la gestione delle parcelle, le vendemmie separate, la vinificazione, il lessico aziendale, il racconto commerciale. E oggi, grazie al lavoro scientifico fatto sui suoli, sul microclima e sulla radiazione solare, questo racconto non si basa più soltanto sull’autorità della famiglia o sull’intuizione del vignaiolo, ma su un impianto argomentativo più robusto, più moderno, e francamente più credibile.

Qui il vino di origine non è nostalgia, è un progetto contemporaneo. La tenuta ha preso un’intuizione storica, l’ha trasformata in classificazione, poi in portfolio, poi in racconto, poi in ricerca scientifica, e infine in un vantaggio competitivo chiaro. Il portfolio VIGNA oggi, tra San Michele, Oberkerschbaum, Castel Rechtenthal, Kolbenhof, Pirchschrait, Herbsthöfl, San Urbano e gli altri cru, mostra con una chiarezza quasi didattica che la casa non vuole parlare genericamente di Alto Adige. Vuole parlare di luoghi precisi, e dei vini che quei luoghi sanno fare meglio. È una differenza enorme.

È anche per questo che Hofstätter continua a essere un nome forte, non solo perché fa buoni vini, che sarebbe il minimo, ma perché da tempo ha capito che nel vino contemporaneo l’origine va coltivata, capita, difesa e poi spiegata bene. Non banalizzata. Spiegata bene. Che non è la stessa cosa.

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