Andreola, il Valdobbiadene e il problema di chiamarsi Prosecco

Quando una cantina decide di mettere davanti il territorio, non la parola più famosa, e prova a ricordare al mercato che Conegliano Valdobbiadene DOCG non è un dettaglio del sistema Prosecco.

Le carrucole delle Rive di un vigneto Andreola

Le carrucole delle Rive di un vigneto Andreola

C’è un punto da cui, secondo me, conviene partire. Il problema del Conegliano Valdobbiadene DOCG, oggi, non è farsi notare. Il problema è quasi il contrario. È farsi distinguere.

Sembra una sfumatura, invece cambia tutto. Perché quando una denominazione vive dentro un fenomeno enorme come quello del Prosecco, il rischio non è sparire, il rischio è essere assorbita. Diventare una specifica tecnica dentro un racconto troppo grande, troppo comodo, troppo generico. E a quel punto il nome più forte, quello che il mercato riconosce al volo, si mangia il resto. Si mangia l’origine, la collina, la fatica, le differenze. Si mangia pure il prezzo, già che c’è.

Lo dico in modo brutale, così ci capiamo. Il successo del Prosecco ha creato ricchezza, notorietà, distribuzione, presenza internazionale. Ma ha creato anche confusione.

Non è un caso che il Consorzio del Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG abbia pubblicato delle linee guida visuali per spiegare area di produzione, nome della denominazione, nome dello spumante e piramide qualitativa. Quando un sistema ha bisogno di una mappa e di una mini-lezione per spiegare come si chiamano le cose, vuol dire che il problema di comprensione esiste davvero. E non è un dettaglio da nerd della comunicazione, è sostanza commerciale.

Il confronto promosso nel 2025 dal “Comitato Conegliano Valdobbiadene” - un gruppo di produttori nato con una funzione dichiaratamente “politico‑culturale” dentro il sistema Prosecco - qui ripreso bene da Clementina Palese per WineNews, mette il dito esattamente lì.

Il “Sistema Prosecco” è stato uno dei fenomeni vinicoli più clamorosi degli ultimi 25 anni, ma adesso che il sistema è adulto non basta più galleggiare sulla notorietà della parola Prosecco. Serve distinguere meglio le tre anime che convivono sotto quel cappello, Conegliano Valdobbiadene DOCG, Asolo DOCG e Prosecco DOC. Clementina Palese lo scrive in modo chiarissimo: una cosa è l’origine storica, con colline, cultura del prodotto e identità territoriale, un’altra è la forza di mercato della DOC, che nel 2024 ha toccato 660 milioni di bottiglie e 3,6 miliardi di euro di valore all’origine. Nel mezzo, appunto, c’è il rischio che la denominazione storica venga capita poco, o peggio semplificata male.

In questo quadro, Andreola - l’azienda vinicola con sede a Col San Martino, nel comune di Farra di Soligo (TV) - non è solo una cantina che fa buoni vini. Sarebbe una definizione corretta, ma pigra. Andreola è interessante perché da tempo lavora proprio su questa frizione tra categoria e origine. Nei materiali presentati a Verona, durante una piacevole colazione di lavoro al Ristorante Maffei, l’azienda insiste su parole che non sono casuali, viticoltura eroica, lavoro manuale, ascolto del territorio, Rive, qualità prima della quantità, “Eroico in Valdobbiadene” come segno identitario vero e non come slogan appiccicato in etichetta. Nei comunicati si ricorda anche che Andreola è stata il primo produttore di Valdobbiadene DOCG iscritto al CERVIM nel 2010, oltre a contare 110 ettari vitati, circa 980.000 bottiglie annue, 35% di export e, soprattutto, una gamma che fa delle Rive il proprio baricentro. Questo conta, perché ci dice che il posizionamento territoriale non è solo racconto, è architettura aziendale.

La scelta più simbolica, e anche più costosa in termini di mercato, è quella che Stefano Pola - figlio del fondatore Nazzareno Pola - porta avanti da anni sulle etichette. Andreola ha progressivamente eliminato il termine “Prosecco” dal fronte del proprio messaggio, per far pesare di più Valdobbiadene. Sul sito aziendale si legge che la decisione è stata avviata nel 2007 e consolidata nel 2018. Marzio Taccetti sul Gambero Rosso l’ha spiegata in modo netto, Andreola rivendica la scelta di scrivere solo Valdobbiadene in etichetta, pur sapendo che nel breve questa strada può voler dire rinunciare a fette importanti di mercato. Ecco, qui secondo me c’è il cuore del discorso. Dire “Valdobbiadene non è Prosecco” non significa negare la parentela, significa rifiutare l’appiattimento. Significa provare a far passare l’idea che l’origine non è un sottotitolo, è il titolo.

Poi ci sono le Rive, che non sono folklore, non sono il ricamino finale per gli addetti ai lavori. Sono il punto. Ufficialmente le Rive sono 43 menzioni geografiche, ottenute da uve provenienti da un unico Comune o frazione, e nella comunicazione del Consorzio stanno dentro una vera e propria piramide qualitativa del Conegliano Valdobbiadene. Ancora più interessante, oggi le 43 Rive coprono l’80% dei vigneti della denominazione e nella core zone UNESCO si parla di pendenze oltre il 35%. Non a caso il Consorzio ha avviato il progetto VALORIVE per caratterizzare nove Rive sul piano pedoclimatico, sviluppare tecniche di gestione, contenere costi per ettaro e affrontare la fragilità di questi versanti.

Quindi no, le Rive non sono una poesia. Sono una faccenda tecnica, economica, paesaggistica, climatica. E sì, anche politica, in senso buono.

Andreola, su questo terreno, gioca una partita molto precisa. Nel materiale stampa 2026 l’azienda rivendica sette etichette Rive in catalogo, presentandosi come la cantina con il maggior numero di Rive nell’ambito del Valdobbiadene DOCG. E l’enologo Mirco Balliana dice una cosa che merita attenzione: Stefano Pola ha investito con forza nelle Rive del Valdobbiadene in un periodo in cui molti stavano lasciando quelle zone per comprare grandi estensioni in pianura, nell’area DOC. La stessa idea ritorna durante la nostra conversazione, quando Pola rivendica di aver creduto nelle Rive mentre altri puntavano su grandi proprietà più facili da lavorare. Tradotto, Andreola ha scelto la complessità, e lo ha fatto prima che la parola “distintività” diventasse un tema da convegno.

A sinistra Stefano Pola e Mirco Balliana a destra

Ed è qui che il caso aziendale si salda con il discorso più grande. Nel Manifesto per il futuro della zona storica di Conegliano e Valdobbiadene, rilanciato da Slow Wine, il Comitato parla apertamente della necessità di tracciare un confine netto tra chi considera il territorio uno sfondo e chi lo considera sostanza, storia, carattere. Non è linguaggio neutro, e infatti non deve esserlo. Colpisce anche un altro dettaglio, Stefano Pola è stato co-fondatore e poi vice-coordinatore del Comitato. Questo significa che la sua posizione non è solo quella di un imprenditore che cura il proprio brand. È anche quella di un produttore che partecipa a una battaglia culturale, e in parte semantica, sul nome giusto da spendere per il Conegliano Valdobbiadene. Sempre nel Manifesto si contesta l’uso di espressioni vaghe come “Le Colline del Prosecco” quando il territorio ha un nome preciso e riconosciuto. E francamente hanno ragione. Perché i nomi generici piacciono al marketing, ma alla lunga fanno male al valore.

Questo, sia chiaro, non significa fare la guerra al Prosecco DOC. Sarebbe una lettura infantile. Il punto non è separarsi dal sistema, ma non scomparirci dentro. Lo stesso confronto raccontato da WineNews parla di sinergie, non di rottura. E ha senso. Senza la forza internazionale del nome Prosecco, probabilmente molti consumatori non arriverebbero mai fino al Conegliano Valdobbiadene. Però una volta arrivati, bisognerebbe essere capaci di spiegare loro che qui cambia tutto, o quasi. Cambiano le pendenze, cambia il lavoro, cambia il costo del vigneto, cambia la lettura delle microzone, cambiano le aspettative qualitative. Altrimenti la DOCG resta una specie di appendice premium raccontata male. E una cosa raccontata male, prima o poi, si vende male oppure si vende sotto il suo valore reale.

A me pare che anche il progetto Dolomiti di Stefano Pola, emerso nei materiali e nell’incontro di Verona, stia dentro questa logica. Potrebbe sembrare una digressione, quasi una fuga laterale. In realtà no. I 9 ettari a Sedico, a 650 metri, con Chardonnay, Pinot Nero, Riesling Renano e Traminer Aromatico, raccontano la stessa ossessione per i territori difficili e per la leggibilità del luogo nel bicchiere. Non è il classico progetto collaterale nato per fare volume o moda. È, piuttosto, il segno di un produttore che vuole essere letto come interprete di ambienti complessi, di altitudine, di precisione, di identità. Insomma, uno che non sembra avere grande interesse per il vino anonimo, comodo, intercambiabile. E questo, volendo, dice qualcosa anche su come legge il Valdobbiadene.

Per questo, alla fine, Andreola secondo me merita attenzione non solo per quello che mette in bottiglia, ma per quello che prova a rimettere in ordine nel linguaggio del vino italiano.

Ci ricorda che Conegliano Valdobbiadene DOCG non è semplicemente “un Prosecco migliore”. È una denominazione storica, collinare, frammentata, più costosa, più faticosa, più specifica. E proprio per questo più vulnerabile alla semplificazione. Il punto, oggi, è capire se il territorio avrà abbastanza voce, abbastanza coraggio e anche abbastanza disciplina comunicativa per farsi chiamare con il proprio nome.

Andreola, nel suo piccolo ma neanche troppo, questa strada l’ha scelta da un pezzo. E forse è qui che sta la sua parte più interessante. Non nel fatto che segua il dibattito, ma nel fatto che lo abbia anticipato.

I vigneti delle Rive

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