Amarone Opera Prima 2026: la Valpolicella si racconta meglio, e l’Amarone si fa più speziato
La masterclass di JC Viens mi è piaciuta, ma il Recioto lo avrei “spoilerato” subito, e l’Amarone 2021 mi ha fatto venire una domanda che non è comodissima
Da sinistra, JC Viens e Christian Marchesini, presidente Consorzio Valpolicella
Ci sono eventi che esci e dici “ok, ho assaggiato tanto”. E poi ci sono eventi che esci e dici “qui stanno spostando il baricentro”. Amarone Opera Prima 2026 (30 gennaio-1 febbraio), per me, è più la seconda cosa. Meno palestra, meno gara di bicipiti. Più Valpolicella come territorio che si guarda allo specchio e decide che, forse, è ora di raccontarsi con parole diverse.
E ci sta. Perché il mondo dei rossi “grossi”, quelli da appassimento e da 15-16 gradi, è in una fase strana. O li trasformi in un feticcio da collezione (con annessa caccia al punteggio), oppure li rimetti in carreggiata, cioè a tavola, nella vita reale. Con la gente che mangia, parla, ride, e non ha sempre voglia di meditazione guidata sul tannino.
Il Consorzio della Valpolicella, quest’anno e intorno alla presentazione dell’annata 2021, ha infilato nel racconto due “ancore” forti: la cucina italiana appena riconosciuta come patrimonio culturale immateriale UNESCO, e l’orbita Milano Cortina 2026 con Verona e l’Arena. Sembra cornice, invece è un messaggio, questo vino vive dentro (anche) questa contemporaneità.
La masterclass di JC Viens
La masterclass di JC Viens (“Back to the future”) è stata la cosa più interessante dell’evento. Non perché abbia sparato profezie, ma perché ha messo insieme i pezzi con una logica leggibile: Valpolicella come territorio nobile che si reinventa in silenzio, con precisione e senza isteria. Parola chiave: “rituali intenzionali”, cioè gesti ripetuti e condivisi che definiscono un’identità, più di mille schede tecniche. Detto semplice: identità non è solo vitigno, alcol, estratto. È gesto, ripetizione, sapere tramandato, e anche paesaggio. Valpolicella come ecosistema, non come lista di etichette.
Il flight era costruito su 6 vini simbolo. Io li dico come li ho percepiti, senza troppo righello.
Talestri Amarone 2016
Appassimento come rito, non come tecnica. Questo è il punto che mi convince di più. Appassimento raccontato come patrimonio, roba viva, fatta di persone e fruttai, non solo come “metodo per concentrare”. La candidatura UNESCO qui diventa una lente, non un adesivo.
Massimago Profasio Valpolicella Superiore Bio 2021
Sostenibilità, ma non come santino. Qui i numeri stanno diventando seri: oggi oltre metà del vigneto della denominazione ricade in pratiche certificate “green”. La cosa interessante, però, è l’idea di sostenibilità come strumento sensoriale, non come badge morale.
Non “sono bravo”, ma “così il sito si sente meglio nel bicchiere”.
Sartori di Verona Regolo Ripasso Classico Superiore 2022
Ripasso, il vino che in casa capiscono, e fuori spesso no. Ripasso nasce dal “non si butta via niente”, che in Veneto è quasi una religione pratica. Eppure, sul mercato internazionale, viene ancora confuso, o trattato come un Amarone cheap. Qui è comunicazione, più che stile, non serve cambiare il vino, serve cambiare il racconto.
Secondo Marco Amarone Classico 2016 da Pergoletta
Pergola, che non è cartolina. Per anni l’abbiamo liquidata come roba vecchia. Invece è un’architettura agricola adattata a Corvina e Corvinone, con potature lunghe e tralci orizzontali, utili per maturazioni lente. Col clima che fa scherzi sempre più cattivi, potrebbe diventare anche futuro. Sostenibilità per longevità, non per ottimizzare rese.
Tenuta di Santa Maria di Gaetano Bertani Brolo dei Poeti Amarone Riserva 2007
Amarone come vino gastronomico e longevo, e finalmente la parola “gastronomia”.
Era ora. Amarone non è solo vino da poltrona. Quando è fatto bene, è un vino da piatti veri. Longevità come chiarificazione della struttura, non come resistenza eroica.
Cantina di Negrar Domini Veneti Recioto Amandorlato 2015
E infine, il Recioto. Il quale, appunto, era in fondo alla selezione. Qui mi è scattata quella specie di fastidio affettuoso. Il Recioto è il padre della Valpolicella. Se fai un racconto storico e culturale, come ha tentato bene JC Viens, cosa fai? Presenti il padre alla fine di tutto?
Il Recioto è il vino dell’ospitalità, della comunità, della tradizione popolare. Metterlo in fondo al flight è comprensibile dal “punto di vista standard” del sommelier (dolce, fine pasto), ma culturalmente è come raccontare una saga e mettere il capitolo 1 dopo i titoli di coda. Con un pizzico di coraggio in più (suvvia!) lo avrei messo all’inizio. Poi ognuno si sentisse libero di assaggiarlo quando gli pare. Il Recioto è stato relegato per troppo tempo nell’angolino “conversazione e formaggi”. Se vogliamo farlo ripartire, dobbiamo smettere di trattarlo come un dessert liquido obbligato, la fine di qualsiasi cosa. Perchè può essere il principio e persino il durante di molti pasti, il Recioto è un vino gastronomico molto più di quanto i pregiudizi facciano pensare.
Ok, ma i bicchieri di Amarone 2021 della sala cosa dicevano?
Dato secco: su 68 campioni, solo 17 sono già in commercio. Ormai è normale, finalmente, l’Amarone viene affinato più a lungo prima di uscire. Da un lato bene, dall’altro vuol dire anche che il mercato chiede vini più pronti, più facili da capire, e questo tira lo stile da una parte.
La cosa che mi ha colpito di più è stata la speziatura. Molta. Pepe, liquirizia, cannella, legno dolce. E invece la ciliegia e l’amarena, che ti aspetti quasi per default, spesso erano sullo sfondo, qualche volta sparite.
E allora mi è venuta la domanda scomoda. Sta diventando troppo “Corvinone-driven” lo stile di molti Amarone? Perché se tanti blend si avvicinano al limite di sostituzione consentito, la firma aromatica cambia. Poi c’è l’altro elefante nella stanza, il legno piccolo. Quando diventa una scorciatoia, o una moda uniforme, ti porta la spezia “da fuori” e ti copre la frutta.
Rafforzerei questo punto citando Elisabetta Tosi, nel suo pezzo su Amarone Opera Prima nota che l’Amarone “classico” con ciliegia sotto spirito come firma si sente meno, oggi spesso aprono le spezie, poi frutto rosso più complesso, balsamico e a volte note ematiche. Non è che la ciliegia sparisca, è che non guida più il primo impatto, e questo segnala uno spostamento reale di stile. Secondo lei le cause possono essere due: scelte di mercato con più Corvinone nei tagli, oppure clima che spinge verso un vitigno più robusto per struttura, colore e polifenoli, portandosi dietro più speziatura già da giovane. Resta il rischio: se alla spezia “di vitigno” sommi anche quella “di legno” senza freni, l’Amarone diventa un rosso potente generico, più tostatura che territorio.
I migliori Amarone 2021 che ho trovato, quelli che oggi stanno in piedi
Non faccio l’elenco telefonico. Ti lascio i miei “centrati”.
Novaia, Corte Vaona, elegante, ampio, gratificante, ancora un filo di alcol da smaltire, ma ci siamo.
Tezza Viticoltori Valpantena, equilibrio e ampiezza, un bel modello.
Corte Bravi, già in commercio, secco, sapido, pronto, lungo.
Domìni Veneti Pruviniano, secco, sapido, e quel filo di ciliegia che mi ha fatto dire “eccoti”.
Villa della Torre (Allegrini), trasparenza ammaliante, freschezza, sapidità, secco, davvero interessante.
E poi c’è Torre di Terzolan con uscita 2029. Cartello gigante: l’Amarone può aspettare. E forse, a volte, dovrebbe farlo più spesso.
Il framing culturale che il Consorzio sta costruendo mi soddisfa. Appassimento come rituale, pergola come architettura, Amarone come vino di cucina, Recioto come origine. Sono pezzi giusti, finalmente messi in fila con lucidità.
Adesso però serve coerenza nel bicchiere. Se il futuro dell’Amarone diventa “spezie sopra tutto”, rischiamo di finire in una zona grigia, un rosso importante generico che sa più di legno e alcol che di Valpolicella. Sarebbe un peccato enorme.
E sì, continuo a pensarla così: se vuoi raccontare Valpolicella “back to the future”, comincia dal passato e rendi onore al padre. Comincia dal Recioto.