Grande Franciacorta: idea brillante o fantapolitica?

Un paper accademico accende la miccia: unire Franciacorta e Oltrepò Pavese (almeno per gli spumanti metodo classico). Poi arrivano i “sì, però”, e infine il “no grazie” ufficiale.

Un oceano di bollicine - Grande Franciacorta

Un oceano di bollicine: Grande Franciacorta

Ci sono idee che nascono per cambiare il mondo. Altre che nascono per far parlare. E poi ci sono quelle che, anche se non le farai mai, ti costringono a guardare in faccia un problema che stavi elegantemente evitando.

La “Grande Franciacorta” sta in questa terza categoria.

Tutto parte da un paper firmato da Michele Antonio Fino (Università degli Studi di Scienze Gastronomiche, Bra, Pollenzo) e Carmine Garzia (Università di Scienze Applicate e Arti della Svizzera Italiana, Manno, Svizzera), pubblicato sulla rivista Standards, MDPI, che ragiona su una cosa poco sexy ma molto concreta: i confini delle denominazioni, e il loro impatto su sostenibilità e crescita.

L’idea di base è quasi provocatoria: invece di fare sostenibilità solo con regole di vigneto e cantina, guardiamo anche alla geografia, cioè a dove finisce (e dove potrebbe non finire) una DOC o DOCG.

Detta così sembra un esercizio da giuristi e policy nerd. In realtà è un sasso bello grosso nello stagno, perché tocca due nervi scoperti: i volumi e l’identità.

Il punto del paper, tradotto in lingua “cantina e mercato”

Fino, nell’intervento pubblicato su Gambero Rosso, mette giù la diagnosi con numeri e logica lineari.

Franciacorta: grande successo in Italia, dove si vende circa il 90% delle bottiglie. Ma sui mercati esteri, per “aggredire” davvero (parola loro), manca letteralmente prodotto. E aumentare produzione non è banale perché il territorio è piccolo e già sotto pressione: 12,7% del territorio è già vitato e densità abitativa di 652 persone/km². Traduzione: se continui a piantare, non è solo un tema agricolo, diventa sociale, paesaggistico, di biodiversità.

Oltrepò Pavese: all’opposto. Potenziale enorme, anche perché parliamo del 75% del Pinot Nero nazionale e oltre 11mila ettari vitati. Però con un problema di identità e frammentazione (36 tipologie). Traduzione: tanto “motore”, poca “marca” unica riconoscibile.

Fin qui, niente di scandaloso. Il salto mentale arriva dopo: se uno ha marca e prezzo ma non può (o non vuole) crescere troppo, e l’altro ha materia prima e spazio ma fatica a trasformarli in reputazione e valore, perché non pensare a un’architettura comune?

E qui entra in scena la proposta “operativa”, l’elemento che ha fatto scattare gli anticorpi.

La ricetta “Grande Franciacorta” (in 3 mosse)

Nell’articolo di Fino, i passaggi sono tre e sono espliciti:

  1. Creare una DOC regionale “Grande Franciacorta” che raccolga lo spumante Metodo Classico lombardo, includendo non solo Oltrepò Pavese, ma persino le aree alpine che stanno diventando idonee a questo tipo di produzione grazie al cambiamento climatico.

  2. Trasformare l’attuale DOCG in “Franciacorta Superiore DOCG”, cioè l’area di vertice, il top della piramide (e qui gli autori scelgono “Superiore” invece di “Classico” per evitare confusione col metodo).

  3. Accettare anche territori non contigui, dicendo: la prossimità geografica non è un dogma. E tirano in ballo Champagne come precedente, con Reims e Troyes distanti 127 km e senza continuità viticola tra Aube e cuore storico.

In più c’è un dettaglio che, da solo, spiega molto del ragionamento “industriale” dietro la proposta: per mettere a regime un nuovo ettaro servono 6–7 anni (tra entrata in produzione dell’uva e affinamento post tiraggio), e un ettaro può dare “al massimo 8.700 bottiglie”. Quindi, se vuoi crescere davvero, usare potenziale già disponibile diventa molto più efficiente che piantare e aspettare.

Capisci perché la parola “sostenibilità” qui non è la solita decorazione da brochure. È usata come leva strategica: spostare la crescita dove l’impatto territoriale è minore, preservando l’area più densa e “premium”.

Peretti la mette giù semplice (e infatti buca l’attenzione)

Angelo Peretti rilancia il tema e fa quello che sa fare: un esempio che ti si pianta in testa (qui il suo post su InternetGourmet).

Dice più o meno: da Troyes a Reims sono circa 130 km e si chiama tutto Champagne. Da Valdobbiadene a Trieste (frazione di Prosecco) sono distanze simili (e nella DOC Prosecco si arriva a circa 200 km fino a Vicenza), e si chiama tutto Prosecco. Da Erbusco a Broni sono 80 km e invece no, da una parte Franciacorta, dall’altra Oltrepò Pavese. Quindi, perché non una DOC sola, “magari Grande Franciacorta”?

Peretti cita anche la ratio del paper in modo abbastanza diretto: un quadro che consentirebbe “crescita controllata”, riduzione pressione territoriale nelle aree più dense, competitività regionale migliore, gestione ecologica di lungo periodo.

E aggiunge un altro elemento che, piaccia o no, pesa: il modello Prosecco. Nel suo racconto, dal 2009 la grande DOC ha conquistato il mondo con un salto di scala enorme.

Qui però bisogna stare attenti: Prosecco è un benchmark potente, sì, ma è anche una bestia diversa per storia, prezzo medio, posizionamento, architettura di prodotto. Non è “replicabile” facilmente. È replicabile solo il principio: massa critica e denominazione come infrastruttura di mercato.

L’Oltrepò dice: interessante, ma non voglio fare la spalla

La reazione più diplomatica arriva da Francesca Seralvo, presidente del Consorzio Oltrepò Pavese. È aperta, vede il tema “massa critica” e la riduzione della frammentazione, però mette paletti chiari: se l’Oltrepò diventasse solo un bacino di uve per Franciacorta sarebbe una “deminutio”. E rilancia anche una stoccata orgogliosa: il Pinot Nero dell’Oltrepò, dice, esprime un vertice qualitativo che “nemmeno in Franciacorta raggiungono”.

Poi c’è un passaggio che secondo me è la chiave psicologica di tutto: la paura della serie B. Seralvo dice che sarebbe difficile accettare una piramide qualitativa che si ferma nel perimetro della Franciacorta lasciando il resto “in serie B”. Quindi sì alle differenze, no alla gerarchia rigida “noi top, voi sotto”.

E infine porta acqua al suo mulino (giustamente): ricorda che stanno già lavorando su una loro identità Metodo Classico con il progetto Classese.
Numeri? Franciacorta oltre 19 milioni di bottiglie annue, Oltrepò Pavese DOCG 580 mila (dato 2025), con un terzo declassato a spumanti senza indicazione geografica. Qui il sottotesto è: noi abbiamo un problema vero di valorizzazione, ma stiamo provando a risolverlo senza farci inglobare.

Franciacorta (Rabotti) chiude: “non abbiamo bisogno di allargamenti”

E poi arriva la risposta che, sinceramente, era prevedibile. Emanuele Rabotti, presidente del Consorzio Franciacorta, dice sostanzialmente: l’analisi parte da un presupposto sbagliato, cioè che “aprendo il mercato” non avremmo bottiglie a sufficienza. Franciacorta, dice, da più di dieci anni ha un osservatorio economico per regolare produzione e stock, evitando shock. “Noi produciamo per vendere, non per svendere.”

Aggiunge anche che nel 2025, anno complesso, il prezzo medio a scaffale è rimasto stabile (24,45 euro) e l’estero è cresciuto del 6%. E soprattutto: vediamo 20 milioni oggi, ma possiamo superare i 30 milioni nei prossimi dieci anni senza bisogno di allargarci.

E la collaborazione con Oltrepò? Esclusa. La definizione “fantapolitica” fa capire che non è un “forse”. È un “no” con sarcasmo incorporato.

Quindi, che cosa resta? Secondo me, resta la domanda giusta (anche se la risposta sarà “no”)

La “Grande Franciacorta” probabilmente non nascerà. Non a breve, forse mai. Non perché sia tecnicamente impossibile in assoluto, ma perché le denominazioni non sono solo regolamenti: sono potere, governance, rendite di reputazione, e un equilibrio interno delicatissimo.

Però questa storia ha un merito: mette sul tavolo, crudamente, il tema che tante denominazioni italiane hanno davanti:

  • Se vuoi crescere nell’export, ti serve massa critica, continuità di presidio, investimenti lunghi, e prodotto disponibile.

  • Se vuoi restare categoria premium e territoriale, devi gestire scarsità e desiderabilità senza far impazzire prezzi, suolo, e la comunità locale.

  • Se sei un’area grande ma “frammentata”, devi ridurre l’entropia, cioè meno etichette istituzionali e più identità leggibile.

Permettemi qualche ragionamento al volo sulla questione:

1) Architettura di marca: cosa succede al brand “Franciacorta” se diventa un ombrello?

Pro: scala produttiva, volumi, possibilità di presidiare export con prodotto entry/fascia media senza toccare il vertice (Franciacorta Superiore). Contro: rischio diluizione semantica, confusione per il consumatore, conflitto tra promessa premium e base regionale. Qui Rabotti ha un punto implicito: “noi controlliamo già la crescita, non vogliamo compromessi”.

2) Governance e incentivi: chi ci guadagna davvero, e chi perde potere

Se crei una DOC “Grande”, devi ridisegnare quote, rese, controlli, consorzi, storytelling, e soprattutto la cabina di regia. Il paper parla esplicitamente di governance coordinata. Senza governance condivisa, è una guerra di religione, non una strategia.

3) Sostenibilità non come bollino, ma come urbanistica agricola

La parte forte del paper è questa: usare i confini per ridurre pressione dove è già denso, e riallocare crescita su territori meno stressati. Quando la domanda tira, la monocultura arriva, e poi la politica rincorre.

Il paper prova a risolvere tutto con un colpo solo: un’architettura “a piramide” regionale. Ha una logica. Ma è esattamente quel tipo di logica che fa scattare la reazione immunitaria di chi ha già costruito un brand forte e non vuole condividere il nome, né il rischio.

L’esito più realistico, se proprio da questa miccia deve uscire qualcosa, non è una fusione.

È una collaborazione soft, tipo “federazione”: standard comuni di sostenibilità, progetti di promozione congiunta “Metodo Classico Lombardia”, magari persino una narrativa condivisa su Pinot Nero e Chardonnay lombardi, lasciando però le denominazioni con i loro confini e le loro gerarchie interne. Meno rivoluzione, più ingegneria istituzionale, e soprattutto meno traumi.

In fondo, anche questa è sostenibilità: evitare guerre di territorio mentre il mercato è già abbastanza “cattivo” per conto suo.

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