Dazi USA: vince un importatore, perde l’arbitrio

La sentenza del 20 febbraio 2026 taglia le gambe ai dazi “d’emergenza” via IEEPA. Non è lirica costituzionale, è ossigeno, con una postilla: la guerra dei dazi non è finita.


“Preferirei di gran lunga essere ultimo tra gli uomini liberi piuttosto che primo tra gli schiavi.”
[Tacito, Agricola 31]

Questa frase mi è venuta alla mente leggendo la decisione della Corte Suprema USA del 20 febbraio 2026. Non perché mi sia improvvisamente venuta voglia di fare il latinista, ma perché qui il punto è brutalmente concreto e riguarda il chi può imporre “tasse” e con quale legittimità. Nel vino, poi, le tasse improvvise non sono teoria. Sono margine che evapora, ordini che saltano, e container che restano fermi nella nebbia.

Il protagonista, almeno dal nostro punto di vista, è Victor Owen Schwartz, fondatore di V.O.S. Selections, importatore di New York. Una di quelle aziende che vive di relazioni, assaggi, listini e, come tutti, soprattutto di cassa. Quando nel 2025 sono arrivati i dazi globali imposti dall’amministrazione Trump invocando l’IEEPA (International Emergency Economic Powers Act, la legge sui poteri economici d’emergenza), Schwartz ha fatto la cosa che tanti nel settore pensano ma pochi fanno davvero: ha detto “OK, basta”, e ha portato il governo in tribunale. È arrivato fino in cima. E ha vinto.

Victor Owen Schwartz, VOS Selections

Victor Owen Schwartz (courtesy Victor Owen Schwartz)

La Corte Suprema, con maggioranza 6-3, ha smontato l’idea alla base di quei dazi: l’IEEPA non è una legge “da tariffe”. Punto. Se vuoi imporre tariffe in modo generalizzato, ti serve un’autorizzazione chiara del Congresso. Non puoi prendere due parole in una frase, “regulate” e “importation”, e farci stare dentro un potere enorme, potenzialmente infinito, per qualsiasi paese, qualsiasi prodotto, qualsiasi percentuale, qualsiasi durata.

Qui conviene essere chiari: la Corte non sta dicendo “i dazi sono sempre sbagliati”. Sta dicendo “i dazi sono tasse, e le tasse stanno sotto il potere del Congresso”. Separazione dei poteri, non un referendum sul protezionismo. Per il vino significa una cosa molto semplice: quando le regole cambiano a colpi di decreto mascherato da emergenza, tu non stai pianificando, stai improvvisando con l’ansia addosso. Come ha ricordato lo stesso Schwartz in un’intervista recente:

“Abbiamo dovuto rifare l’intero listino, quattro volte da aprile. Questo ti dice tutto. (…) Un cratere nel cash flow. Per noi parliamo di centinaia di migliaia di dollari, e quei soldi da dove dovrebbero saltar fuori?”

La sentenza mette insieme due cause: Learning Resources, giocattoli educativi, e Trump v. V.O.S. Selections (vino). C’è anche un dettaglio tecnico che vale come promemoria: sul caso Learning Resources la Corte rimanda indietro per ragioni di giurisdizione, mentre su V.O.S. Selections conferma il verdetto favorevole all’importatore. Sul merito, però, non c’è ambiguità: IEEPA non autorizza l’applicazione di dazi.

Finita qui? Magari. In realtà, qui inizia la parte disordinata.

Primo tema, quello che interessa a chi deve pagare stipendi prima ancora di vendere bottiglie: i rimborsi. La Corte non ha scritto “rimborsate tutto domani”. Non è il suo mestiere. Ha dichiarato illegittima la base legale di quei dazi, e adesso entrano in scena dogane, procedure, contestazioni, tempi lunghi. Traduzione: anche se hai “ragione”, i soldi potrebbero arrivare con il contagocce. Intanto il danno di cassa, quello, lo hai già incassato sulla faccia.

Secondo tema: la reazione politica. Trump, dopo la batosta, ha iniziato subito a parlare di alternative, in particolare la Section 122 del Trade Act del 1974, che consente tariffe temporanee (fino a 150 giorni), e poi altre strade più note come 232 e 301. Quindi no, non è “fine dei dazi”. È la fine di un canale specifico, quello più comodo e più rapido.

E allora che cosa cambia davvero per il vino europeo, e quindi anche per l’Italia?

Cambia soprattutto l’aria che si respira. Meno arbitrio “istantaneo”, più necessità di passare da una base legale solida. Questo, per un importatore, è già ossigeno. Perché il problema dei dazi non è solo “quanto”, è “quando” e “con quanta prevedibilità”. Il dazio lo paghi all’ingresso, subito. Prima di vendere una bottiglia. Prima che il ristoratore ti risponda. Prima che il distributore decida se punta su di te o sul concorrente. È un colpo diretto al cash flow, e nel vino il cash flow è già un animale complicato, tra stock, stagionalità e dilazioni.

Poi ci sono gli effetti pratici, quelli sporchi e non proprio instagrammabili.

  • Scorte: se distributori e importatori hanno magazzini pieni comprati “a caro prezzo” con dazi inclusi, non abbasseranno i prezzi per magia. Si muove tutto con inerzia.

  • Contratti: chi assorbe il dazio, chi aggiorna il listino, come si gestiscono le variazioni, sono clausole che improvvisamente contano più delle degustazioni.

  • Aspettative: determinano la psicologia dei mercati e i comportamenti conseguenti. Se il mercato pensa che tra tre mesi arriva un’altra tariffa con un altro nome, nessuno si rilassa davvero. Si spezzettano gli ordini, si resta corti, si compra l’ovvio.

Dentro questo caos, però, si apre una finestra. Meininger’s International lo dice chiaro: il verdetto crea un momento di respiro per restock e pianificazione, sia per gli importatori, sia per chi negli USA imbottiglia o usa input importati (vetro, tappi, barrique, tecnologia enologica, tutto quel “backstage” che nessuno vede ma senza il quale non produci). Food & Wine lo traduce in linguaggio consumer: potenziale alleggerimento dei prezzi su vini europei e ingredienti importati. Potenziale, appunto. Non automatico, non immediato, e probabilmente non lineare.

Qui mi fermo un secondo per una nota “da consulente”: se stai esportando negli USA e la tua strategia è “basta che non ci siano dazi”, sei già in ritardo. Il punto non è azzerare il rischio politico, non puoi. Il punto è gestirlo.

Tre cose che suggerirei di fare domattina:

  1. Ragionare per scenari, non per “anno”. Scenario tariffe temporanee che vanno e vengono, scenario tariffe mirate via 301 su categorie, scenario nuova escalation geopolitica che usa il vino come pedina. Non è paranoia, è pianificazione.

  2. Mettere mano a Incoterms, clausole dazio, meccanismi di adeguamento listino. Roba che fa sbadigliare, ma è qui che si difende il margine.

  3. Rafforzare marca e relazione sul mercato, perché quando il prezzo diventa instabile, vince chi ha fiducia nelle relazioni interpersonali solide, non chi ha l’ultimo centesimo di sconto.

E ora il lato umano, quello che ha fatto girare la storia.

Schwartz non ha vinto perché è il protagonista di un film. Ha vinto perché la sua situazione era comprensibile anche fuori dalla bolla: dazi imprevedibili, imposti come “emergenza”, con effetto immediato sulla sopravvivenza di un’azienda. Quando un piccolo importatore arriva a portare lo Stato davanti alla Corte Suprema, significa che qualcuno ha tirato troppo la corda.

Tacito, in fondo, parlava di libertà. Qui la libertà ha una forma un po’ meno nobile e molto più concreta: regole chiare, il principio di legalità, poteri limitati, e aziende che possono fare impresa senza dover interpretare ogni mattina l’umore della politica come fosse un meteo impazzito.

Nei prossimi mesi vedremo due film in parallelo: richieste di rimborso e contenziosi doganali, e nuove tariffe con basi legali diverse. Quindi sì, è una vittoria vera. Ma è una vittoria con le scarpe sporche. E nel vino, spesso, è proprio così che si sopravvive. Giusto?

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