“Rifiuto”: manuale narrativo del risentimento contemporaneo
Tony Tulathimutte mette in scena il “no” contemporaneo, e ti fa vedere le community, anche quelle del vino, con una lente parecchio più spietata. Il lato tossico della reputazione, online come nel vino.
“Rifiuto” di Tony Tulathimutte è arrivato in italiano da Edizioni e/o, tradotto da Vincenzo Latronico, 288 pagine, in libreria dal 24 settembre 2025. In originale si chiama “Rejection”, è uscito con William Morrow il 17 settembre 2024, ed è finito nella longlist del National Book Award 2024 (Fiction).
Si tratta di un “romanzo in racconti”, sette storie collegate dentro la testa di persone che vivono male, pensano troppo, e soprattutto si muovono nel mondo come ci si muove oggi, cioè tra chat, feed, gruppi, microtribù, parole d’ordine, posture morali, desideri che diventano performance e performance che si spacciano per desideri. Il titolo, “Rifiuto”, è perfetto perché non parla solo del rifiuto romantico, parla del rifiuto sociale, del rifiuto identitario, del rifiuto percepito anche quando magari nessuno ti sta rifiutando davvero. È l’aria che tira, una specie di meteo emotivo permanente.
Tulathimutte segue un cast di personaggi che si incastrano, si sfiorano, si influenzano, e finiscono in piccole spirali, a volte ridicole, a volte dolorose, a volte proprio imbarazzanti.
Non aspettarti la narrativa “confortevole”, dove imparano la lezione, fanno pace col mondo, e via. Qui spesso il punto è l’esatto contrario: l’auto-giustificazione, il rancore che diventa identità, la lucidità che non salva nessuno, l’intelligenza usata come arma contro se stessi. E la cosa più inquietante è che, mentre leggi, ti viene da ridere… poi ti viene da pensare “OK, questa cosa l’ho già vista”, poi ti accorgi che non l’hai vista “negli altri”, l’hai vista nel linguaggio che usiamo tutti. La critica del The Guardian l’ha descritta come un’esperienza del “come stare dentro Internet”, che è un complimento e una minaccia nella stessa frase.
I temi chiave girano tutti attorno a un asse: approvazione, appartenenza, reputazione.
“Rifiuto” non è un saggio sulla cultura digitale, è peggio, o meglio: è narrativa che simula la mente contemporanea quando è sotto stress sociale. Il “cast” ruota attorno a figure che oggi riconosci al volo: l’alleato femminista che si incarta nel risentimento, l’ottimizzatore seriale che trasforma l’amore in performance, chi si rifugia in fantasie grottesche perché la realtà è troppo difficile, chi costruisce teorie totali per vendicarsi del mondo che non lo vede.
La cosa interessante è che l’autore non li tratta come macchiette, li fa parlare con una precisione spietata, e ti mostra come nascono certe derive. Anche quando non ti piacciono, capisci perché esistono.
Il rifiuto non è l’evento, è il motore. E Internet, qui, non è “il cattivo”, è il moltiplicatore. Ti dà le parole per nominare quello che provi, ti dà le community per sentirti meno solo, ma ti dà anche un modo elegantissimo per trasformare qualsiasi ferita in un’ideologia personale. E quando succede, non sei più una persona con un problema, sei una persona con “una posizione”. Che è più comodo, più difendibile, più postabile.
E quindi, perché parlarne qui su Aristide, che è un blog che nasce vino-centrico?
Perché il vino, piaccia o no, è una macchina sociale. È rituale, è status, è appartenenza, è linguaggio (pure molto di più: leggi qui). Soprattutto è community. La cosa che “Rifiuto” ti mette davanti, con poca pietà, è questa: le community non sono solo luoghi dove si condivide, sono anche luoghi dove si misura il valore delle persone. Si entra, si viene ammessi, si viene respinti, si viene tollerati, si viene idolatrati per due mesi e poi dimenticati. Ti ricorda niente? Degustazioni, gruppi Telegram, natural wine fandom, guerre di punteggio, ortodossie del “vero vino”, l’ansia da bottiglia giusta al tavolo giusto, la foto giusta, la storia giusta. Nel vino è tutto più educato, più profumato, più “ah che bello”, ma la dinamica è la stessa: io bevo questo quindi sono questo, io capisco questo quindi valgo questo.
Poi c’è la parte dei rituali sociali, che è quella che mi interessa di più. Perché, banalmente, il vino è una scusa fantastica per rientrare nel corpo, nel tempo reale, nello stare seduti insieme senza che l’algoritmo ti stia dando feedback in tempo reale. Una bottiglia aperta non ti mette un like, non ti cancella, non ti shadowbanna (1). Però attenzione, perché anche il vino può diventare Internet, o meglio, digitale, se lo usi come badge identitario invece che come gesto di convivialità. “Rifiuto” ti spinge a guardare quella linea sottile: quando il rito è un ponte verso gli altri, e quando invece è solo un modo più sofisticato per chiedere approvazione.
Questo libro (fulminante!) è perfetto per descrivere come si forma una tribù del gusto. Non solo “che cosa bevi”, ma “che cosa comunichi bevendo”, “chi ti autorizza a parlare”, “chi ti squalifica”, “quali parole usi per essere riconosciuto come uno dei nostri”. E volendo puoi fare anche l’esperimento sociale più semplice del mondo: una degustazione “offline”, telefoni in modalità aereo, poche bottiglie, conversazione vera, e poi racconti l’esperienza. Non come moralismo, ma come test: quanto ci manca, oggi, una socialità che non sia continuamente misurata?
L’autore
Tony Tulathimutte non arriva dal nulla: è l’autore di “Private Citizens” e “Rejection”, e ha pubblicato racconti e pezzi su testate tipo The Paris Review, n+1, The Nation, The New Republic, The New York Times.
È uno scrittore con un talento specifico, raro: sa essere comico e crudele nello stesso periodo, e soprattutto sa riprodurre la voce mentale contemporanea, quella che pensa troppo e posta troppo online, senza farne una caricatura da boomer. Il risultato è che ti senti osservato. Non giudicato, osservato, che è peggio.
“Rifiuto” non è un libro “sul vino”, ovvio. Ma è un libro utilissimo per chi parla di vino oggi, perché ti fa vedere quanto del vino, come fenomeno culturale, passi da appartenenza, esclusione, linguaggi, rituali, e bisogno di sentirsi qualcuno. E se lo vedi, puoi scegliere, ogni tanto, di non giocare quella partita.
O di giocarla meglio, con più coscienza, e meno posa.
Libro cartaceo disponibile su Amazon, digitale per Amazon Kindle e Apple Books.
(1) "Shadowbanna" è una storpiatura/forma colloquiale di "shadowbannare", derivato da "shadowban" o "shadow banning". In italiano, per estensione, significa limitare o azzerare la visibilità dei contenuti di un utente (post, video, commenti) in modo nascosto, senza avvisarlo esplicitamente.
L’utente continua a vedere i propri contenuti online, ma l’algoritmo li mostra molto meno o per niente agli altri, quindi “parla nel vuoto”. Il verbo usato in gergo social è appunto “shadowbannare/shadowbanna”, cioè “mettere in shadow ban” qualcuno o qualcosa.
Un ringraziamento sentito a Luca Bizzarri, il quale ha segnalato questo libro in una recente puntata del suo podcast “Non hanno un amico”.