Classese, l’Oltrepò alla prova dei fatti

Il Classese torna dopo quarantadue anni di tentativi, occasioni perse e ripartenze. Questa volta, però, c’è anche una mappa. E forse è proprio da lì che bisogna cominciare per capire se il rilancio dell’Oltrepò Pavese sarà qualcosa di più di un altro annuncio.


Oltrepò Pavese - Foto Linda Vukaj - Agenzia AICOD

A Voghera, per OltreGusto e Oltrepò Terra di Pinot Nero, sono arrivate 1.400 persone. Trentadue cantine, più di cento etichette, ristoratori, chef stellati, pubblico, operatori, stampa (c’era pure il qui presente Aristide, gentilmente invitato dal Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese).
Bene. Ma, diciamolo subito, non è questa la notizia che mi interessa. I numeri dell’evento sono importanti, naturalmente, ma rischiano di portarci sulla solita strada del successo misurato in presenze, calici versati e fotografie sui social.

A me interessa molto di più una mappa. Una mappa vitivinicola dell’Oltrepò Pavese realizzata da Alessandro Masnaghetti, giornalista/editore che sulle mappe del vino ha costruito una fama internazionale e un metodo, quasi una lingua propria. E non è una zonazione, attenzione. Nessuna pretesa, almeno per ora, di certificare gerarchie qualitative o di dire che un versante sia “migliore” di un altro. Piuttosto un modo intelligente di mettere in ordine quello che c’è: altitudini, vallate, distribuzione dei vigneti, vitigni, morfologia, esposizioni, geologia, luoghi. Il lavoro presentato a Voghera dallo stesso Masnaghetti comprende anche un manuale e una rappresentazione tridimensionale del territorio.

Sembra poco? Per l’Oltrepò, secondo me, è moltissimo.

Perché uno dei problemi storici di questo territorio è sempre stato proprio questo: avere quasi tutto e riuscire a raccontarlo male. A volte malissimo. Il Pinot nero è qui da più di un secolo e mezzo, la tradizione del metodo classico pure. Ci sono aziende storiche, aziende più giovani molto interessanti, suoli diversi, colline vere, pendenze importanti, quattro vallate con caratteristiche proprie. Eppure per decenni “Oltrepò” è rimasto una parola larga, troppo larga, dentro la quale poteva finire quasi tutto: vino da volume, vini dignitosissimi, ottime bottiglie, spumanti anonimi, Pinot nero ambiziosi, cooperative, marchi storici, crisi industriali, rilanci, fallimenti, scandali, ripartenze.

Troppa roba sotto lo stesso cappello. E quando succede, il consumatore difficilmente si mette a distinguere per conto suo.

La mappa di Masnaghetti è interessante perché comincia dal gesto contrario: separare, distinguere, rendere leggibile. I numeri presentati a Voghera aiutano a capire la portata del lavoro. Il Pinot nero oggi occupa 2.903 ettari, il 25,2% della superficie vitata oltrepadana, e ha superato la Croatina, ferma a 2.797 ettari. Montalto Pavese concentra da solo più del 10% del Pinot nero dell’intero territorio. Circa il 90% delle vigne si trova tra i 100 e i 350 metri di quota.

Viticoltura · Oltrepò Pavese

Il Pinot nero cambia la mappa del vigneto oltrepadano.

È oggi il vitigno più esteso del territorio: un ettaro vitato su quattro parla Pinot nero.

La nuova leadership

2.903 ettari di Pinot nero

Il Pinot nero ha superato la Croatina, che si attesta a 2.797 ettari.

↗ +106 ettari

Epicentro territoriale

Montalto Pavese

>10%

del Pinot nero dell’intero Oltrepò, cioè oltre 290 ettari.

La fascia d’elezione

90%

delle vigne si trova tra i 100 e i 350 metri di quota.

Nota dati: valori elaborati esclusivamente dalle informazioni fornite; “oltre 290 ha” è la soglia minima implicita del dato >10%.

Poi ci sono Versa, Scuropasso, Coppa e Staffora. Nomi che per chi frequenta l’Oltrepò non sono certamente nuovi, ma che adesso cominciano finalmente a essere utilizzati non soltanto come coordinate geografiche, bensì come chiavi per leggere differenze produttive.

Ed è proprio qui che la mappa incontra il Classese.

Classese, infatti, non è una novità. È quasi il contrario. Nasce nel 1984, crasi di “Classico” e “Pavese”, da un gruppo di produttori che voleva distinguere il metodo classico da Pinot nero e dargli una propria identità. Una buona intuizione. Forse, guardandola oggi, perfino un’ottima intuizione. Il problema è che sono passati quarantadue anni.

Nel frattempo altri territori italiani hanno fatto una cosa che all’Oltrepò è riuscita molto meno: hanno preso una competenza produttiva e l’hanno trasformata in una categoria mentale. Franciacorta non è più da tempo semplicemente un posto dove si produce metodo classico. Ha lavorato sulla denominazione, sulla zonazione, sulle regole e soprattutto sull’identificazione totale fra luogo e vino, fino a poter usare una sola parola per indicare entrambi: Franciacorta.
Trentodoc, allo stesso modo, non è semplicemente “spumante trentino”. Prima ancora di aprire la bottiglia, quei nomi evocano già una categoria.

Classese avrebbe potuto imboccare quella strada già negli anni Ottanta. Non è successo. E non credo sia stato perché mancavano i vini.

Sono mancate molte altre cose. Continuità, innanzitutto. Una costruzione coerente della reputazione, una gerarchia comprensibile dell’offerta, un messaggio sufficientemente semplice. È mancata soprattutto la capacità di convincere abbastanza produttori che mettere in bottiglia l’identità del territorio potesse essere economicamente più interessante che vendere vino, uva o spumante attraverso strade diverse, spesso più facili e magari anche più remunerative nel breve periodo.

Nel frattempo il marchio Oltrepò ha accumulato quello che oggi chiameremmo un debito reputazionale.

Non serve rifare ogni volta la storia di La Versa, Terre d’Oltrepò, delle tensioni consortili, dei problemi di governance e delle diverse crisi che hanno accompagnato l’area. Il punto che mi interessa è un altro: per il consumatore medio, e qualche volta persino per il trade, Oltrepò Pavese non ha mai significato una sola cosa abbastanza chiara. E quando un territorio significa troppe cose, quasi sempre finisce per non significarne abbastanza.

Il nuovo tentativo del Classese prova invece a restringere il campo. Pinot nero almeno all’85%, raccolta manuale in cassetta, vigneti collinari, 24 mesi minimi sui lieviti, 36 per i millesimati, 48 per le riserve. E poi le quattro MGA - Menzioni Geografiche Aggiuntive: Valle Versa, Valle Scuropasso, Valle Coppa, Valle Staffora. Il nuovo disciplinare è stato approvato dal Consorzio e attende il completamento dell’iter ministeriale, mentre quelle regole sono già utilizzate per i vini a marchio Classese.

Questa volta, almeno sulla carta, il progetto ha una forma più nitida.

Ed è qui che torno alla mappa, perché la vera novità forse non è aver rimesso in circolo un nome del 1984. È aver capito che un nome, da solo, non basta. Dire “Classese” può servire a costruire un marchio. Dire Scuropasso, Versa, Coppa o Staffora può cominciare a costruire un’origine. Non sono esattamente la stessa cosa.

Il mercato premium del vino vive di differenze. Differenze vere, percepite, raccontate, qualche volta perfino discusse all’infinito, come sappiamo bene. Ma differenze. Se tutto è uguale, alla fine resta soltanto il prezzo. Se invece un vino può essere collegato a un luogo preciso, a una quota, a un versante, a una geologia e a una tradizione locale riconoscibile, la conversazione cambia. Non necessariamente cambia subito il prezzo, questo sarebbe troppo facile. Ma cambia la possibilità di costruirlo (qui su Aristide sono almeno vent’anni che sostengo che il vino si vende innazitutto con le mappe…).

Naturalmente una mappa non salva una denominazione, e nemmeno un disciplinare più severo può farlo da solo. L’Oltrepò ha già avuto abbastanza ripartenze annunciate per meritarsi, insieme all’interesse, anche un po’ di sana diffidenza.

Questa volta bisognerà guardare ai numeri, non alle dichiarazioni. Quante bottiglie verranno realmente rivendicate come DOCG e, una volta terminato l’iter, come Classese? Quanti produttori resteranno dentro il progetto quando sarà terminato l’entusiasmo del lancio? Quanto crescerà il prezzo medio? Quanta parte del Pinot nero continuerà a uscire dal territorio senza contribuire alla costruzione della denominazione? E soprattutto, Classese riuscirà a entrare stabilmente nelle carte dei vini, nella ristorazione qualificata e nei mercati esteri come nome autonomo, riconoscibile, desiderabile?

Sono domande un po’ meno scintillanti di quelle che si fanno durante le inaugurazioni, ma sono quelle che contano davvero. Il rilancio sarà reale quando per un produttore sarà più conveniente rivendicare Classese che non farlo, e quando una bottiglia dell’Oltrepò potrà permettersi di dichiarare con orgoglio non soltanto il vitigno ma anche da quale valle arriva.

Sarebbe già un piccolo cambiamento se, un giorno, un compratore, un sommelier o semplicemente un consumatore curioso cominciasse a chiedere: “Scuropasso o Versa?”, anziché limitarsi al solito “Oltrepò? Ah sì, fanno spumante”.

Siamo lontani? Probabilmente sì. Quarantadue anni di occasioni perse non si cancellano con una degustazione “alla cieca” e neppure con una nuova etichetta.

Ma questa volta almeno c’è un fatto concreto da cui partire. Una mappa che non promette miracoli e non certifica grandezze. Fa una cosa più semplice, quasi banale: mostra finalmente il territorio, lo scompone, gli assegna dei nomi e ci obbliga a guardarlo meglio.

E forse era proprio questo che mancava.

Perché l’Oltrepò, dopo più di 150 anni di Pinot nero, non ha più bisogno che qualcuno gli dica di avere potenziale. Di quello, francamente, ne ha avuto fin troppo.

Adesso deve dimostrarlo.


P.S.: C'è una precisazione importante da ricordare: al 12 settembre 2026 Classese non risulta ancora essere il nome legalmente definitivo della DOCG. Il dossier stesso parla dell'iter ministeriale ancora in corso e lo definisce destinato a diventare il nome della denominazione. Le fonti ufficiali continuano a registrare la DOP come «Oltrepò Pavese Metodo Classico».


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